I legami e la mente narrativa: storie al tavolo di mediazione

Noi ci raccontavamo solo le cose belle.

Paolo Sorrentino, Youth.

Ogni legame ha il suo segreto. Nascosto agli occhi degli altri.

Ad esempio,  ci sono coppie che tengono anche se,  viste dall’esterno, appaiono irreparabilmente in crisi. Ci sono amicizie che vanno avanti per decenni anche se  sottendono rivalità e piccole o grandi invidie.

Nessun figlio capirà mai il segreto del rapporto tra i suoi genitori e nessun genitore potrà mai squadrare da ogni lato le relazioni affettive dei suoi figli. Nessun ex comprenderà davvero il nuovo legame del partner che ha perduto. E nessun partner quello precedentemente vissuto dal suo lui o dalla sua  lei attuale.

Persino nelle organizzazioni, tra persone che lavorano insieme, si possono descrivere le dinamiche interpersonali, individuare conflitti, mappare le coalizioni, ma resta sempre un margine indefinito e non rappresentabile in termini puramente geometrici.

Narrazioni come chiavi d’accesso al mistero delle relazioni

Per avere a che fare con i legami e avvicinarsi al loro mistero, bisogna avere un bel bagaglio di storie, di racconti, di drammaturgie. Essere pronti ad accorgersi dei ruoli che giochiamo nelle relazioni e anche dei significati che attribuiamo a quei ruoli.

Perché ciascuno di noi assegna significati diversi ai rapporti che vive,  diciamo che li confronta alle proprie storie preferite.

Occorre una mente (e dunque un’ermeneutica)  narrativa e tanto spazio da lasciare al non chiaro, al non definito, ai frammenti di racconto che ciascuno fa di sé nel legame e attraverso il legame.

Narrazioni in mediazione

Anche in mediazione, le parti presentano al mediatore il loro punto di vista inserendolo in una narrazione selettiva. Scelgono solo le cose brutte, ad esempio, quasi mai le cose belle, come nella citazione all’inizio di questo articolo. Raccontano le loro storie, si rappresentano al mediatore come protagonisti di vicende che le vedono vittime di trame di inganni o succubi estenuate da lunghi conflitti o, molto spesso, come eroiche cercatrici di giustizia.

In queste storie le parti immettono le loro emozioni, i loro vissuti, sia quando le narrazioni si presentano a tinte vivide, sia quando tutto appare velato da cose non dette, da silenzi, da reticenze, da un alone di mistero.

Solo entrando con curiosità nelle narrazioni delle parti  il mediatore potrà stabilire con loro un rapporto fondato su autentica empatia e prossimità. Solo riconoscendo le trame che vengono raccontate,  potrà attivare dinamiche efficaci per le parti che sono rimaste prigioniere di narrazioni unilaterali e condurle verso un esame di realtà o indirizzare il loro sguardo al futuro della relazione.

Il mediatore che ha nella sua cassetta degli attrezzi un repertorio di trame e drammaturgie, potrà – con tatto e delicatezza –  servirsene per aiutare le parti a evolvere nella loro storia, lungo l’arco di evoluzione tracciato dagli interessi e dai bisogni che le parti stesse avranno esplorato e riconosciuto in mediazione.

 

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